Remco Evenepoel: spunti per un altro ciclismo

Da qualche decennio a questa parte il pubblico del ciclismo ha spesso assistito, soprattutto nei grandi Giri, a scialbi finali, a tappe altimetricamente importanti, risolversi negli ultimi chilometri di gara. Le salite non si mordono più così spesso, di assalti pirateschi se ne vedono sempre meno. Sempre più, invece, dai “postini” americani di Lance Armstrong, fino alla corazzata Sky (odierno team Ineos), plotoni che scortano i loro leader sino a qualche manciata di chilometri dalla vetta. La selezione ci si è ormai abituati sempre più spesso a vederla con le moto-riprese, da dietro.

Trionfo del razionale, del calcolo, sull’irrazionale, sulla spregiudicatezza, su quelle “sensazioni” che a poco a poco sembra stiano abbandonando le pagine del vocabolario del ciclismo. In corsa tutti sanno di tutto e tutti, e tutti attendono di sapere, più che delle proprie gambe, del proprio assordante battito del cuore inframezzato dalle urla del tifo assiepato ai bordi delle strade, della situazione di questo o di quel corridore, del cardiofrequenzimetro, del messaggio radio sempre potenzialmente in arrivo dalla radiolina. La tecnologia, così, lascia sempre meno spazio a quelle sensazioni tanto care al “Pirata”, che di marchingegni vari ed eventuali non ne voleva sapere, e contro ogni logica, in salita, quando partiva, gettava persino il piercing perché troppo pesante. Non è un caso, forse, che la penultima tappa del Tour de France appena terminato abbia premiato chi, figlio di un’altra generazione e legato proprio all’irrazionale, ha saputo meglio degli altri compagni di fuga trovare il ritmo che nessuna protesi elettronica può dare. A Val Thorens Vincenzo Nibali ha vinto mordendo dall’inizio alla fine la strada, la salita, con l’intuito del campione, certo, ma altrettanto con l’abitudine a certo ambiente di corsa, quell’ambiente che parla di caparbietà e di sensazioni, di fatica e assenza di calcoli fin troppo elaborati.

L’azzardo di Remco – Eppure, un po’ come il gioco della moda insegna, spesso accade che ciò che in passato si fece tendenza ritorni. È successo qualche settimana addietro nel corso dell’Adriatica Ionica Race ed è successo il 3 agosto scorso a San Sebastian. Un ragazzo belga appena diciannovenne, dai nostalgici in cerca sempre di inutili paragoni annunciato come il nuovo cannibale, Remco Evenepoel, dopo essersi staccato, rientrato in gruppo ha preso ed è andato via, così, senza troppo pensarci, levandosi di ruota il compagno di fuga e vincendo in solitaria. Quello che è successo, in barba a certi cronisti e commentatori che non davano nessuna chance al ragazzo, è stata la rappresentazione prodigiosa della battaglia combattuta tra ciò che parla la lingua del calcolo, della previsione, delle pulsazioni e tutto ciò che ad essa sfugge: sensazioni, azzardo, volontà piratesca di mordere, mordere e mordere la strada e tutto. Da una parte il gruppo intento a cercare la strategia migliore, elogio del calcolo, dall’altra la pedalata leggera e potente che vola via tutta come d’imperioso canto dionisiaco.

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