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  • Categoria: Vuelta

Primo centro di Aru in un GT. Purito perdente di lusso. La regolarità di Majka. Due passi indietro per il Condor

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Una Vuelta come sempre farcita di arrivi in salita e gran premi della montagna incorona Fabio Aru re dell’edizione n. 70.

L’incoronazione di Aru. Il sardo di Villacidro, in costante crescita di risultati, dimostra una vera mentalità vincente. La progressione nei GT è di assoluto rispetto: è l’unico ad essere arrivato sul podio in due GT nel 2015, dopo gli ottimi piazzamenti del 2014. L’anno scorso terzo al Giro e poi quinto alla Vuelta, quest’anno si è superato terminando secondo (con un finale in crescendo) dietro ad un mostro sacro come Contador al Giro d’Italia, prima del trionfo in terra di Spagna. Colpisce il carattere di questo ragazzo che, grazie ad una grinta eccezionale, dimostra di saper andare più in là dei propri limiti quando le forze sembrano cedere. La salita è il suo pane, ma si difende su tutti i terreni con eccellenti doti di recupero. Del resto non si ottengono i risultati che ha ottenuto in questi due anni, in due Grandi Giri l’anno, senza un recupero fuori dal comune. Come al Giro, in più di un’occasione sembrava sul punto di saltare, ma lui ha tirato dritto senza piegarsi alle avversità, finalizzando nell’ultima occasione utile il lavoro di tre settimane. È il sesto italiano a conquistare la Vuelta ed è anche il più giovane.

Astana OK. Si è parlato più volte della tattica dell’Astana. La verità è che il gruppo guidato da Giuseppe Martinelli, con matrice kazaka ma con anima italiana, ha dimostrato di essere una compagine compatta ed affiatata. Nella tappa vinta da Mikel Landa, si è criticato il fatto che il basco andava fermato visto che da dietro Aru stava attaccando. Fino a 48 ore dalla conclusione quei secondi persi potevano essere decisivi, visto l’esiguo vantaggio di Dumoulin sul sardo. Poi la tappa perfetta che ha consegnato la maglia rossa ad Aru dopo una condotta ineccepibile di suoi, da Luis Leon Sanchez ad Andrey Zeits, fino allo stesso Landa, il cui contributo in salita è stato determinante in tutto l’arco della corsa. Ricordate al Giro? Tutti (o quasi) a sbottare contro la formazione kazaka, ma si dimentica che il ciclismo non è una scienza esatta e alla fine agguantare due posti sul podio (con Aru e Landa) e ben cinque successi di tappa (due a testa per i due capitani e uno per Paolo Tiralongo) rappresentava comunque un bilancio soddisfacente. Sì è vero Contador non aveva una squadra all’altezza, ma chi è Alberto Contador? Se ha vinto in carriera ben 9 GT un motivo ci sarà, oppure no? Anche qui alla Vuelta, molti alla vigilia storcevano il naso sulla coesistenza tra tre capitani (Aru, Nibali e Landa); poi Nibali è uscito di scena il secondo giorno e Landa ha rispettato le consegne. Il vero capitano, già in partenza era proprio Fabio e i fatti hanno dato ragione.

Perdente di lusso. Alla vigilia pochi credevano che il 36enne catalano potesse raggiungere ancora un podio e invece il prode Joaquin ha dato ancora una volta spettacolo, vincendo una tappa e dimostrandosi spesso il migliore sulle pendenze impossibili. Ha vestito la roja per un solo giorno, salvo poi naufragare nella cronometro di Burgos. Il 17 è proprio il suo numero sfortunato: per ben tre volte in carriera ha perso la leadership alla Vuelta al termine della 17^ tappa e sempre dopo il giorno di riposo! Nel 2010 a favore di Nibali, nel 2012 a beneficio di Contador e quest’anno di Dumoulin. Un Grande Giro lo avrebbe meritato, dopo una carriera prima da grande gregario e poi da numero 1 (classiche, World Tour, tappe e podi nei GT) e lascia un po’ incompiuta una parabola comunque di successo.

La regolarità di Majka. Per la prima volta capitano in una grande corsa a tappe, il polacco, re degli scalatori al Tour 2014, è sempre rimasto con i migliori in salita, nessun acuto, ma anche un terzo posto pesante e beneaugurante per il futuro.

Due passi indietro per il Condor. Dopo il secondo posto al Tour, ci si attendevano grandi cose da Nairo Quintana con l’abbuffata di salite presenti alla Vuelta. Ma il Condor, complice anche un virus influenzale che lo ha delimitato per alcuni giorni dalla tappa di Andorra, non ha mai inciso più di tanto sulla corsa. Qualche scatto e poco altro. Potendo contare su Valverde, è davvero pochino. Così dal secondo posto alla Grande Boucle è passato al quarto in terra di Spagna; in Francia come in Spagna senza nessun acuto. Grosso passo indietro rispetto al 2014 per uno che è considerato il più forte scalatore puro in circolazione.

Bravo Dumoulin! È crollato nell’ultima tappa di montagna, dopo aver retto alla grande e aver corso una Vuelta super. Senza gregari nel momento decisivo, non poteva fare di più contro la corazzata Astana, che ha pilotato alla perfezione Aru. Il sesto posto brucia, ma ha talento e a cronometro vola. Alla fine lo stesso sul podio, premiato come il più combattivo di tutta la corsa. Ha soltanto 24 anni e può solo migliorare.

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