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Sul filo dei secondi

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Un finale incertissimo attende i protagonisti della 70^ edizione della Vuelta a Espana. Tante montagne e un’infinità di arrivi in salita non hanno creato la selezione che si pensava. Alla vigilia dell’unica cronometro, la classifica vede in maglia rossa Joaquin Rodriguez per l’inezia di un secondo su Fabio Aru, che proprio ieri ha ceduto le insegne del primato all’intramontabile campione catalano, poi c’è l’imperscrutabile Rafal Majka con un ritardo di 1’35”, quindi il sorprendente Tom Dumoulin a 1’51”.

 

Spauracchio cronometro. Partiamo proprio da Tom Dumoulin per la disamina di quest’ultimo scorcio della grande corsa iberica. L’olandese si è letteralmente superato sulle tante salite di questa edizione. Si sapeva che fosse un atleta in crescendo (ha 24 anni), ma finora aveva dimostrato grandi cose solo nelle prove contro il tempo. Dal 2014 ha inanellato sette vittorie a cronometro (e la medaglia di bronzo ai mondiali di Ponferrada), prima di ottenere il primo successo in una prova in linea proprio alla Vuelta, aggiudicandosi la tappa sull’Alto Cumbre del Sol niente popò di meno che davanti a Chris Froome. Ha indossato la magli rossa per 3 giorni, è sulla cresta dell’onda sin dall’avvio e nel recente trittico di fuoco appena trascorso è riuscito a limitare i danni. È vero che già al Tour de Suisse (dove si è imposto in tutte e due le frazioni a cr.) aveva raggiunto un risultato di prestigio terminando 3°, ma nessuno pensava ad una simile ascesa dell’atleta di Maastricht. Dopo l’uscita di scena di Froome, tutti guardano a lui come l’unico favorito della cronometro di Burgos. Sono 38,7 km e Dumoulin è atteso da tutti, deve recuperare 1’51” a Rodriguez e 1’50” ad Aru, notoriamente in affanno in prove di questo tipo. Molti lo vedono già in rojo, certo la tensione di essere il favorito unico potrebbe giocargli un brutto scherzo.

Purito: un altro podio o l’oscar alla carriera? Sottovalutato alla vigilia (anche da chi vi scrive), il grande e generoso Joaquin Rodriguez invece ha smentito tutti con una condotta molto accorta. Mai in crisi, sempre nel vivo della corsa, una squadra all’altezza (su tutti il fedelissimo Dani Moreno), ha centrato l’acuto domenica e ieri si è vestito di rojo, riprendendosi quel simbolo che aveva perso nel 2012 nell’ormai epica tappa di Fuente Dé, quando Contador lo detronizzò da un successo che considerava ormai suo. Allora Purito era all’apice della carriera e in salita era stato superiore anche al fuoriclasse madrileno che, però, lo condannò alla sconfitta con un’impresa delle sue. Il 2014 e il 2015 hanno segnato, in un certo senso, il declino dell’uomo del Team Katusha per quanto riguarda la tenuta sulle tre settimane, salvo poi smentire tutti con questa Vuelta straordinaria. Certo la crono non è nelle sue corde, ma la consapevolezza di arrivare in maglia rossa a Madrid è forte. Un ultimo sforzo per la gloria che sancirebbe una carriera completa davvero per questo piccolo grande uomo nato gregario (e che gregario, Valverde ne ha beneficiato fino al 2009) e poi trasformatosi in campione capace di vincere tappe nei GT, conquistare il podio in tutti e tre i GT, di vincere classiche storiche come Il Lombardia (2 volte) e la Freccia Vallone, di sfiorare la maglia iridata. Gli manca il successo in un Grande Giro, sarà la volta buona?

La grinta di Aru. Iniziamo dall’ultimo chilometro di ieri, quando Rodriguez lo ha attaccato e lui si è prima ingobbito e poi ha quasi ridotto il gap nelle ultime centinaia di metri, dimostrando di avere un gran carattere. Come al Giro quando, dopo aver sofferto e tutti lo davano per morto, lui per poco non ha fatto vacillare il trono di Contador vincendo le ultime due tappe in salita. Fabio è forte di testa e di gambe. Come al Giro può contare su un Landa super in salita e su una squadra quadrata. Praticamente alla pari con Rodriguez, anche lui teme la crono. Non è quella del Giro, ma sono pur sempre quasi 40 km e i distacchi possono essere sensibili. Forza Fabio!

Quintana in ribasso. Ha lottato per alcuni giorni con un virus influenzale, non è al meglio e si vede. Certo essere 8° a 3’11” dalla maglia rossa non è proprio quello che ci si aspettava alla vigilia dal colombiano, partito come uno dei grandi favoriti. Difficile, a questo punto, per lui anche raggiungere l’obiettivo minimo (un posto nel gradino più basso del podio) anche perché, come dimostrato al Tour, difetta di fantasia per cercare una fuga lontano dal traguardo. Il terreno potrebbe anche esserci, anche se gli arrivi in salita sono terminati, ma forse sono soprattutto le gambe a non esserci.

Majka, il rebus. Il polacco l’anno scorso firmò due belle imprese al Tour (con l’aggiunta della classifica del GPM), ma era fuori classifica. Diciamo che proprio questa Vuelta è stato il suo primo GT corso da capitano e lui è lì, terzo, con una condotta regolare. Si accontenterà di salire sul podio o proverà a vincere? Non è semplice interpretare questo rebus.

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