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Boom non basta: perché Nibali non ha fatto la differenza sul pavé

tour de france"Encore une fois" era il motto di Nibali per ripetere al Tour i fasti di un anno fa, in maglia gialla, sui sassi della "Piccola Roubaix". Vincenzo ha attaccato per l'intera frazione, la quarta tappa di Cambrai, con il suo gregario più contestato per il caso cortisolo della vigilia, ma stavolta Froome e Contador, usciti a pezzi dai pavé di Arenberg, hanno risposto e resistito a ogni forcing Astana.

Fabio Disingrini per "it.eurosport"

Cambrai, primo traguardo francese del Tour, è famosa per la Pace delle due dame che permise a Francia e Spagna di spartirsi l'egemonia sull'Italia. Così, calpestando la storiografia, potremmo oggi pensare che Nibali sia stato domato dalle altre massime espressioni del ciclismo mondiale, uno in maglia gialla (Chris Froome), l'altro fresco di rosa, Alberto Contador, nuovo Carlo V del romano impero.

La scorsa primavera, e come l'anno prima lontano dai riflettori, Vincenzo Nibali testò 6 dei 7 pavé di oggi insieme a Westra, Grivko, Fuglsang, che l’anno scorso lo scortò fino al traguardo, e specialmente Lars Boom, che invece non era ancora suo compagno di squadra in Astana e vinse la tappa di Arenberg. Diventato gregario di Nibali, lo specialista olandese è però stato fermato, alla vigilia della partenza del Tour e in via soltanto precauzionale, per un valore troppo basso di cortisolo nel suo passaporto biologico.

Scansiamo subito gli equivoci: l'affaire Boom non è un caso di doping, ma ha aperto una voragine nel merito della salute dei corridori. L’ormone del cortisolo non è infatti una sostanza vietata dall’UCI, ma è soggetta alle attenzioni del MPPC (Mouvement Pour un Cyclisme Crédible) dalle regole perfino più restrittive. Per questo, l’Astana aveva fermato Boom - per un valore di cortisolo troppo basso, non alto: sarà bene ribadire il concetto - e chiesto all’Union Cycliste Internationale sull’opportunità di sostituirlo con Vanotti prima riserva. Una decisione rimessa poi dal ds Astana Aleksandr Vinokourov dopo la riunione dei direttori sportivi di venerdì... Con buona pace del Movimento per un ciclismo credibile, associazione privata d’ispirazione francese.

E pensare che nello sport si parla di cortisolo almeno dal 1989, quando lo psicologo Hap Davis aiutò alcuni giocatori dei Calgary Flames (hockey NHL) a superare le loro paure e "trasformarsi in vincenti" per alzare la Stanley Cup. Davis analizzò poi le "paralisi da Finals" di Lebron James, che perse le sue prime finali NBA con Cleveland (2007) e Miami (2011), dimostrando come, in situazioni di pressione o ansia da prestazione, il fisico di The Chosen One producesse cortisolo in eccesso. Il cortisolo è un ormone di contrasto con l’azione del testosterone e, se troppo alto, può generare un Fatal Flaw, una situazione emotiva negativa e depressa sulle cellule cerebrali. Conosciuto anche come l'ormone dello stress, la sua sottoproduzione, ed è stato il caso di Lars Boom, è nociva quanto una sovraproduzione di cortisolo creando gli stessi danni umorali.

L'attività fisica protratta nel tempo può infatti aumentare il livello di cortisolo nel sangue, ma una produzione continua in eccesso rischia di cronicizzare lo stress nelle fasi di riposo con relativa stanchezza e aumento di peso, depressione e scarse prestazioni fisiche. L'obbiettivo di una corretta gestione dell'allenamento non dovrebbe quindi essere tanto o solo evitare picchi di cortisolo, quanto quello di evitare effetti cronici e perduranti nel tempo in cui l'ormone viene prodotto in eccesso o in difetto.

Torniamo però a parlare di ciclismo e del perché, secondo noi, Vincenzo Nibali non ha saputo, anzi non ha potuto bissare i suoi fasti sul pavé del Tour. Intanto per le differenti condizioni climatiche: l'anno scorso una pioggia incessante rese i sassi di Arenberg scivolosi, impervi e pericolosi sorprendendo, come già Bradley Wiggins al Giro d'Italia fra le imboscate appenniniche, Chris Froome e la sua Sky "da laboratorio". Oggi la tappa s'è invece svolta in un contesto più normale (sole a Seraing, nuvoloso sul pavé) e con pochi minuti di pioggia prima degli ultimi 50 chilometri con 6 lastricati. Inoltre, non ci sono stati temporali all'arrivo né hanno spirato le raffiche di vento laterale come da previsioni.

Secondo motivo di un bis mutilato: la diversa conformazione dei settori di pavé di quest'anno, 6 su 7 pedalati al contrario alla Parigi-Roubaix: Pont a Celles-Gouy, Artres-Famars, Querenaing Verchain/Maugré, Saulzoir, Saint Python, Viesly-Quievy, Avesnes-Carnières. Settori diversi da quelli percorsi nel 2014 intorno alla Foresta di Arenberg, 13 chilometri di mulattiere strette e ventose con molta erba sul dorso di mulo, settori numerati al contrario come da tradizione fiamminga e tutti rettilinei eccetto il penultimo, il più lungo, con una curva secca a novanta gradi e un tratto in pendenza al 2%.

Terzo: la diversa condizione di Christopher Froome che un anno fa, tra i pavé di Arenberg, si ritirò dopo due durissime cadute e oggi invece ha affrontato i cobbles con la maglia gialla e la prima ammiraglia, scortato da Geraint Thomas. Diversi i casi di Alberto Contador, protetto da Bennati e trainato da Sagan, e di Nairo Quintana: il pavé non sarà mai nelle loro corde da grimpeur, ma oggi hanno tagliato il traguardo con Nibali e in grande concorso di merito con le loro squadre.

Motivo più tecnico: le bici dei corridori avversari di Nibali. La Dogma K8 di Froome, presentata dalla Pinarello alla Roubaix con la sospensione sul carro posteriore; i tubolari da 28 millimetri con elastomeri sulle forcelle anteriori per la Etixx, la moltiplica 46 per la Specialized di Contador, arrivato a Cambrai con le ruote dissestate dopo due pit-stop.

Insomma, Vincenzo Nibali ci ha provato e ha dato tutto sul pavé come l'anno scorso, vincendo il dorsale rosso del più combattivo di giornata. Il capitano dell'Astana ha mandato in fuga Lieuwe Westra fin dal chilometro zero, ha attaccato con Grivko e Grudzev per la testa del gruppo prima di ogni sezione, ha sgomitato, scortato da Lars Boom, sui sassi, ma ha trovato avversari più pronti, specie Froome, a difendersi e squadre più strutturate per rispondere colpo su colpo. Non bastasse, ecco le ambizioni da maglia gialla di Tony Martin (missione compiuta) e le formidabili performance da "fuoco amico" di Daniel Oss e Matteo Trentin, altri grandi interpreti italiani del pavé.

Eppure, un anno fa al Tour de France, Vincenzo Nibali s'era librato nel suo volo giallo decollando sul pavé della "Piccola Roubaix". Quel giorno, il 9 luglio ad Arenberg, Nibali era già in Jaune, Froome si ritirò tremante dopo due cadute e Contador finì duramente staccato, stremato dal fango, dal freddo e dalla pioggia dell’Enfer du Nord. Per i francesi, quel giorno, Vincenzo fu Dantesque proprio mentre il suo progetto bellissimo era diventato un pensiero stupendo, dalla neve delle Cime di Lavaredo alla "Piccola Liegi” di Sheffield, dai Vosgi alle Alpi, dai Pirenei agli Champs-Élysées. Per noi, quel giorno, Vincenzo era già Roi Nibalí.

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