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Il Mortirolo visto dal cicloamatore

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Il Mortirolo nell'immaginario collettivo del ciclismo rappresenta la salita per eccellenza. Molti gli aneddoti legati ad una delle asperità più impegnative. La montagna dove Marco Pantani spiccò il volo è stata resa celebre da imprese mirabolanti, ma anche da crisi impressionanti. Questo rende il Mortirolo come un luogo di culto, dove qualsiasi cicloamatore cerca di cimentarci, provando, in qualche modo, di emulare i propri beniamini. Nascono così storie da ricordare e da raccontare.

Nello sport come nello spettacolo ci sono luoghi diventati leggenda, mete di pellegrinaggi, simboli riconoscibili di una disciplina, che tramandano una storia che hanno contribuito a costruire. Che cosa sarebbe infatti il cinema senza gli studios hollywoodiani, o che né sarebbe del basket senza la sua “Mecca” (il Madison Square Garden), o ancora, quale sorte toccherebbe al calcio qualora si dovesse privare della propria “Scala” (San Siro). A questo punto si potrebbe supporre che il ciclismo, sport itinerante per natura, venga meno a ciò che è stato detto fin ora, ma in realtà anche il mondo delle due ruote ha i suoi luoghi di culto. Certo c’è la foresta di Arenberg della Roubaix e la Cipressa della Sanremo, ma i luoghi a cui facciamo riferimento sono altri, sono le grandi salite. Le ascese che hanno plasmato il mito del ciclismo, accendendo, più di ogni altra strada, gli animi e le fantasie degli appassionati. Pendii, mete di pellegrinaggio dei cicloamatori più convinti, ma anche di quelli improvvisati. Luoghi, che al passaggio scremato del gruppo, si trasformano in straordinari stadi a cielo aperto dalle capacità quasi illimitate. Gli esempi da fare sarebbero tanti, dallo Stelvio al Mount Ventoux, dal Gavia al Alpe d’Huez, ma oggi, le circostanze storiche ci impongono di parlare del Mortirolo. Potremmo raccontare dell’intuizione dell’avvocato Castellano, l’uomo che scoprì queste tremende pendenze. Oppure potremmo rammentare la prima scalata del 1990, o ancora, potremmo dire di quella volta, in cui uno scalatore pelato mise alle corde l’invincibile Indurain. Le storie e gli aneddoti legati al Mortirolo non finirebbero qua, ma raccontarli è un’impresa che affidiamo volentieri a penne più poetiche e preparate rispetto a quella del sottoscritto. Un po’ perché trattare argomenti già sviscerati a fondo non è mai semplice, un po’ perché abbiamo l’ambizione di trattare il tema in modo più originale. Per riuscire nell’intento, ho dunque scelto di raccontarvi la volta che scalai il Mortirolo. Intendiamoci, non si vuole dire che attingere dalla propria esperienza sia un marchio di originalità, ma quanto meno può aiutare a fornire un punto di vista inedito, quello del cicloamatore.

mortiroloIl mio Mortirolo - Com’è successo a molti dei miei coetanei, il mio rapporto con la bici è iniziato solo grazie alle folgoranti imprese del Pirata. Una fonte d’ispirazione che aveva fatto breccia nel mio cuore e in quello di milioni di italiani, non necessariamente appassionati di ciclismo. In quegli anni portavo la bandana e sulla Mountain Bike, feci montare le “corna” all’incontrario, per poter emulare le gesta del mio idolo; che tutti sanno, era solito scattare con le mani basse sul manubrio. La prima salita me la ricordo come fosse ieri: da Tresenda a Teglio, partendo in treno da Milano. Sotto una pioggia torrenziale e con mio fratello giunto in cima il più in fretta possibile per cercar riparo; io, fradicio e con il laccio della giacchetta anti-pioggia incastrato nella catena, fui costretto, anche per una scarsa dimestichezza con il mezzo meccanico solo in parte dovuta alla giovanissima età, ad abbandonare la bici a bordo strada ad un paio di chilometri dal raggiungimento dell’obbiettivo. Questo imprevisto non mi distolse comunque dal cogliere il fascino unico della bicicletta, che da allora fu mia fedele compagna, nelle vacanze estive di Teglio come per le vie di Milano e le strade della Brianza. Fin quando, a 14 anni, venne il giorno di Mortirolo e Gavia. Il compagno d’avventura era ancora una volta mio fratello, stavolta le bici erano da corsa e la sfida che ci eravamo lanciati era di tutt’altra caratura: partenza da Cepina (paesino appena fuori Bormio), per poi affrontare in successione Mortirolo e Gavia. 100km, di cui le rampe del passo della Foppa sono il ricordo più vivo. Posso dire, che mai come allora, pensai che aveva ragione il Pirata, quando diceva di andar forte in salita per abbreviare la sua agonia. Era la prima volta sul Mortirolo, e si sa che quella non si scorda mai, ma forse la seconda esperienza fu ancora più gratificante. Correva l’anno 2006 e senza uno straccio di preparazione, io e mio fratello, decidemmo di portare le nostre bici sul Mortirolo per la seconda volta. Stavolta, né per metterci alla prova, né per saggiare la soddisfazione che si prova una volta giunti in cima ad una grande salita, bensì, per assistere al passaggio del Giro. Per primi passarono Basso e Simoni, poi alla spicciolata, con il viso trasfigurato dalla sforzo quasi disumano, tutti gli altri. Ad uno ad uno, chi chiedendo le spinte del nerboruto addetto e chi maledicendo il giorno in cui aveva scelto di correre in bici. Un pensiero che aveva attraversato anche me, solo poche ore prima. E dire che quella scalata improvvisata sembrava essere iniziata come meglio non poteva. Certo faticavo e non poco, ma a dispetto di una preparazione a dir poco precaria, non mi sembrava di andar male. Ma si sa, in bici, “la lampadina si può spegnere da un momento all’altro”, e fu così, che ad un paio di chilometri dalla vetta, la famigerata crisi mi colse costringendomi seduto a bordo strada. Così, mentre aspettavo mio fratello, rimasi lì, stremato a tal punto da addormentarmi come fossi sul divano di casa. Per ridestarsi ci volle del tempo e da allora il Mortirolo è ancora lì ad aspettarmi. Un po’ perché i chili sono quelli che sono, un po’ per il timore che può incutere una salita del genere. Un’ascesa che Contador ha definito “la più dura del mondo”. La stessa, che Leonardo Sierra ha descritto come “una rampa di garage moltiplicata per undici chilometri”.

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