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Abetone, la montagna dove nacque la leggenda del Campionissimo

CoppiDopo i due arrivi degli anni ’50 (’54 e ’59) e quello del 2000, la cima dell’Abetone tornerà ad essere il palcoscenico di un traguardo del Giro d’Italia. Ma la montagna toscana resterà nella storia del ciclismo per la prima grande impresa di Fausto Coppi.

Il primo passaggio sulla montagna pistoiese risale al 28 maggio 1928: a transitare per primo in quel giorno che sa di ciclismo eroico, fu Domenico Piemontesi, autore d’un impresa davanti alla quale, persino Alfredo Binda fu costretto ad alzare bandiera bianca. Da allora, questi stessi pendii sono stati teatro delle leggendarie sfide tra Bartali e Coppi prima, e degli allenamenti di personaggi del calibro di Mario Cipollini e Rolf Sorensen poi. In mezzo, ci sono le vittorie di Mauro Gianneschi e Charly Gaul, che sull’Abetone, in quel giorno di Maggio del ’59 conquisterà una maglia rosa, che Jacques Anquetil tentò invano di strappargli. Fabio Casagrande è stato l’ultimo ad imporsi su questa salita, ma quella che vogliamo raccontarvi adesso è un'altra storia, perché l’ascesa dell’Abetone è prima di tutto il luogo che ha dato inizio al mito di Fausto Coppi.

Giro d'ItaliaIl Giro del 1940 e il giorno dell’Abetone. È il 1940 e il ventenne Fausto è solo una matricola. Corre per la squadra di Gino Bartali, il campione di quella Legnano, che Eberardo Pavesi guida come direttore sportivo. Pioniere del ciclismo nostrano, vincitore del Giro d’Italia 1912 e primo italiano a terminare un Tour de France, dal 1922 al 1966, Pavesi seppe reinventarsi una seconda carriera alla guida della storica squadra lombarda. Quell’anno, fu proprio lui a volere il giovanissimo Coppi alla corte del “Ginettaccio”. È il 1940 e le prime giornate di quel Giro vengono approfondite, analizzate e rivissute nel libro che Paolo Costa pubblicherà con il titolo di “Gino Bartali, la vita, le imprese e le polemiche”. Sfogliando le pagine di quel testo, dove si fa riferimento alla corsa Rosa che consacrò il Campionissimo si legge: “Giro: Bartali parte per riprendersi ciò che Valetti gli ha tolto l’anno prima. A Torino primo Brizzi (Bianchi) che conquista la maglia rosa. A Genova primo Favalli (Legnano), maglia rosa a Bailo (Bianchi), il nipote di Girardengo. Bartali è secondo nella prima tappa e Coppi è secondo a Genova, dove però finiscono i sogni del capitano. A metà discesa della Scoffera, infatti, Bartali viene investito da un cane e vola sull’asfalto. Poi continua sanguinante. Davanti ci sono Coppi e Favalli. Pavesi sbuffa: «andate, andate, almeno portiamo a casa la tappa». Gino perde al traguardo 5’ 15’’ e finisce all’ospedale. Il medico: «lussazione del femore: servono venti giorni di assoluto riposo!». Mai dire al campione fiorentino certe cose. Il giorno dopo non riesce a camminare ma sta in sella. E va avanti, sperando di guarire. Telefona il commendatore della Legnano, il sciur Mario Della Torre: «Bene, bravo!». Maglia rosa è Pierino Favalli, che tiene alta la bandiera della squadra. Nella terza e nella quarta tappa (con arrivi a Pisa e Grosseto) Coppi sciupa tempo prezioso per due cadute. L’imberbe pare incerto sui pedali: il secondo capitombolo avviene a trecento metri dal traguardo, quando ormai i pericoli sembrano superati. Nell’ottava tappa (arrivo a Terni) anche un’auto della giuria complica la vita a Fausto: gli taglia la strada, altri minuti persi. A Firenze Gino comincia a risorgere. Arriva 2° ed è 13° in classifica”. Siamo all’undicesima tappa, è il giro di boa del Giro, e ancora una volta la penna di Paolo Costa riassume con estrema dovizia la situazione: “Valetti è a mezz’ora, cosa che procura qualche fervorino al toscanaccio. Ma le speranze di Pavesi sono in Coppi, il debuttante che è a tre minuti dalla maglia rosa Mollo: Favalli s’è ritirato nella Fiuggi – Terni (8° tappa)”. Speranze che si avverano proprio sulle rampe dell’Abetone. Su quei pendii, l’impresa di Coppi muove le penne più capaci ed illustri. Il maestro Gianni Brera offre come al solito un ritratto in cui realtà e suggestioni si mescolano, mentre il più pacato Orio Vergani restituisce attraverso la sua rigorosa penna, un quadro, che pur essendo altrettanto evocativo non rischia mai di sconfinare nel fiabesco. Il giornalista del “Corriere della Sera”, scrive che quel giorno “Noi potevamo ‘tallonare’ i corridori, spiare la loro fatica, i loro spasimi, le loro crisi. Eravamo veramente i testimoni del loro dannato mestiere; li vedevamo lagrimare per la stanchezza, vedevamo minuto per minuto la vicenda crudele dei loro crampi, della loro fame, dei loro dolori di ventre e persino, bisogna dirlo, delle loro dissenterie. Fatica da galeotti, spasimi da fachiri; uno spettacolo talvolta crudele, orrendo, nauseante, da riferire sotto il mantello di porpora della retorica. Il cielo era grigio, le valli e i colli nascosti dalla nuvolaglia; il verde della campagna s’era fatto lugubremente bigio. La gente ai bordi della strada apriva già grossi ombrelloni di tela cerata verde. Cadevano le prime gocce di pioggia, diventate subito dopo fittissime e scroscianti, a tambureggiare sui teloni delle ‘capotes’ delle nostre macchine. Le pendici del monte già ruscellavano di improvvisi rigagnoli. Le nuvole si sfilacciavano fra gli abeti. Fu allora, sotto la pioggia che veniva giù mescolata alla grandine, che io vidi venire al mondo Coppi”. Quella fuga di 100km gli valse la tappa e la vittoria del primo dei suoi 5 Giri.

La leggenda del Campionissimo era ancora tutta da scrivere, ma quel successo nella Firenze-Modena era destinato a cambiarne l’esistenza. Perché come ricordava “La Gazzetta dello Sport” salutando quell’impresa, Coppi “questa mattina partendo da Firenze ci aveva confidato, non in segreto perché altri colleghi avevano saputo, il suo piano. Bartali stava molto meglio e forse era già tanto ristabilito dal dolore alla gamba da poter azzardare il “colpo gobbo” e liberarsi dei suoi rivali diretti, e avvicinarsi alla maglia rosa nella classifica. Coppi sarebbe partito sulle salite per ripetere il gioco della tappa fiorentina e dare il punto d’appoggio al camerata. Se Bartali era in vena e in grado di prevalere sugli altri sarebbero andati poi insieme al traguardo; se Bartali non andava sarebbe andato lui. Soffermatevi per un momento, sportivi, su questo ragionamento e questo programma. Non vi sembra il programma di un grande campione, già passato al vaglio di cento corse? E non vi dice questo piano così magistralmente ordinato e portato a termine, il piano di un intelligentissimo, oltre che forte, atleta!”.

Aveva ragione la Rosea, era nato il mito che appassionò e divise intere generazioni.

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