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Cambio generazionale al Giro

Giro d'Italia

Dopo tre settimane di corsa; dopo un viaggio con partenza da Belfast e conclusione a Trieste, è andata in archivio la 97esima edizione del Giro d'Italia.  La "Corsa rosa" resterà nella storia per aver premiato - per la prima volta dal 1909 - un corridore del Sud America, il colombiano Nairo Quintana, atleta della Movistar, capace di metter in fila in primis il connazionale Rigoberto Uran e la rivelazione azzurra Fabio Aru. Proprio l'età media di chi ha calcato il podio (25 anni) in piazza Unità d'Italia (Trieste), costringe ad una riflessione: L'edizione 2014 è stata la corsa dei giovani capaci di "rottamare" i senatori del gruppo.  Evans (37 anni), Basso (36), Scarponi (35), Cunego (33), Samuel Sanchez (36), Hesjedal (34) in passato erano stati capaci di dominare le maggiori competizioni ciclistiche internazionali, ma questo era il "tempo che fu"; oggi sulla strada questi campioni pagano l'età avanzata a cui nemmeno il cosiddetto "Effetto Horner"  (non stiamo parlando di qualche strano medicinale; ma dell'impresa del ciclista statunitense Chris Horner, capace di far sua la Vuelta a Espana 2013 alla veneranda età di quarantadue anni) ha saputo porre rimedio. In alcuni casi il beneficio della gioventù si è visto nelle gerarchie di squadre mutate in corso durante la competizione. Michele Scarponi partito dall'Irlanda con le vesti di capitano del Team Astana, complice una caduta che ne ha stoppato le potenzialità, si è trovato presto a ricoprire il ruolo di gregario di lusso del ventiquattrenne Aru. L'apporto del marchigiano è stato ridottissimo, anche se nella frazione con arrivo a Sestola l'esperienza del vincitore del Giro 2011 è stata determinante nel riportare nel plotone lo scalatore sardo, rimasto attardato causa incidente meccanico. Restando nel ciclismo del "Bel Paese" sono venuti a mancare Ivan Basso e Damiano Cunego. Premessa: difficile illudersi alla vigilia che potessero ancora competere per la generale; il rendimento mostrato fino alla cronometro piemontese e l'esperienza maturata in carriera nei grandi Giri, avevano riaccreditato il varesino della Cannondale nel lotto dei pretendenti al podio; la terza settimana ha però mostrato come il motore di Ivan presenti ormai ingenti segni di usura che l’hanno costretto ad un mesto (per le sue potenzialità) quindicesimo posto finale. Il veronese della Lampre-Merida nell'anno del decennale della sua rosea targata 2004 si presentava a Belfast con una condizione già in decrescita e perciò è stato chiamato ad un ruolo da comprimario nel team blu-fucsia, capace, comunque, di trovare consolazione dalle due perle firmate Diego Ulissi. Se ai nostri italiani concediamo attenuanti rispetto alle prospettive della vigilia chi ha deluso maggiormente è stato Cadel Evans. Il vincitore del Tour del France 2011 ha chiuso in ottava posizione a dodici minuti esatti dal vincitore, distacco accumulato interamente nelle ultime tappe. Eppure Evans nelle prime tappe aveva dimostrato condizione e agonismo, vestendo per quattro giorno il simbolo del primato. Lontano dai livelli del 2012, quando fu capace di imporsi nella manifestazione, si è dimostrato anche Ryder Hesjedal. Il canadese ha chiuso nella top 10, ma mai è stato capace di mantenere il contatto con i primissimi della classifica. L’alibi di Hesjedal è la sfortuna della cronosquadre di apertura, dove - a causa di una caduta generale della sua squadra – ha perso oltre 2’ rispetto alla Movistar di Quintana e oltre 3’ dalla Orica GreenEdge, vincitrice della prova.

Il verdetto emesso dalla strada è che nel ciclismo moderno il talento non è a riparo dai segni del tempo. La Corsa Rosa è così stata la vetrina del futuro, il primo round di interminabili sfide che animeranno le prossime stagioni e le prossime ascese sui palcoscenici storici del ciclismo.

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