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GF Campagnolo Roma, una promozione a pieni voti

GF RomaRoma - Ne avevo sentite tante sulla Granfondo Campagnolo Roma fino a ieri. Nel bene e nel male. C’è chi ne parla bene, benissimo, e chi invece non vede l’ora di parlarne per stroncarla in tutto e per tutto. Come si fa a capire qual è la verità? Andare sul posto, correrla. Non viverla in moto o in auto, ma correrla. E per questo devo ringraziare l’organizzazione, che mi ha dato la possibilità addirittura di partire in prima griglia davanti a 5000 ciclisti provenienti da ogni parte del mondo.

 

E’ l’alba di domenica mattina, il sole non è ancora sorto, eppure già tanti amatori sono là per vivere la terza edizione della Granfondo di Roma. Tra di loro ci sono anche io: indosso la maglia bianca, quella che indica che farò la cicloturistica di 62 km e non la Granfondo. Per il percorso lungo vedrò di pensarci in vista del prossimo anno. I minuti precedenti la partenza scorrono abbastanza velocemente: due chiacchiere con gli amici Omar Di Felice, Luigi Sestili, Roberto De Parte, Alessandro Proni e Valerio Agnoli (che non correrà) mi fanno praticamente sentire a casa. In genere io cerco di dar loro voce, stavolta c’è poco da parlare e tanto da pedalare. Anche per me.

 

La partenza ci fa lasciare il Colosseo alle nostre spalle: decido di non iniziare a tutta, ma tanto non avrei il ritmo degli altri, quelli che cercano il successo o il record personale. Lasciata piazza Venezia e via Cristoforo Colombo, una delle zone più trafficate di Roma, ecco che giriamo a sinistra per affrontare una strada che ci porterà sull’Appia, altra via tradizionalmente molto trafficata, anche la domenica, visto che porta ai Castelli Romani e a diversi centri commerciali.

 

Sono felice di pedalare in quelle zone, visto che sono i miei terreni di allenamento. E per la prima volta in vita mia non devo stare attento alle macchine; nemmeno agli altri ciclisti, visto che mi trovo in compagnia di corridori che vanno avanti ognuno del proprio passo. Non c’è una macchina, sembra quasi un sogno: chissà, forse il sogno di una Roma a misura di uomo e di bicicletta non è così lontano. Fatto sta che per stavolta l’avvocato Gianluca Santilli ci è riuscito, e per una volta non devo badare alle buche sul ciglio della strada.

 

Piano piano inizia l’ascesa, e nel frattempo mi viene da ridere perché alcuni spettatori si divertono a farci le foto. Le note dolenti arrivano quando affrontiamo l’incrocio tra la via Appia e la Nettunense: tanti clacson rumoreggiano come non mai, e mentre svoltiamo a sinistra per andare verso Castel Gandolfo una signora urla a un vigile di voler fare un esposto in Procura. Da qui mi sorge una considerazione: una volta a Roma si giocò la finale di Champions League di calcio e la città fu praticamente bloccata. Perché in quell’occasione nessuno ha storto il naso? Un’altra volta io stavo facendo tardi al lavoro per colpa di una commemorazione allo stadio Olimpico, che per l’occasione fu invaso da 70mila persone; io ero là in mezzo al traffico, eppure non ho sentito un clacson suonare.

 

Però la partita di calcio si svolge in un’area di 100 metri più le tribune: perché è riconosciuto socialmente prendersela con i ciclisti che fanno una gara, e magari anche con i podisti che fanno una maratona, mentre quando c’è una partita di calcio e si blocca una città tutti stanno in silenzio?

 

Il sole è abbastanza timido in questa domenica mattina, meglio così perché la salita che affrontiamo è abbastanza lunga anche se pedalabile. A un certo punto affrontiamo una galleria non illuminata, all’ingresso ci urlano di fare attenzione perché c’è molta acqua a terra. Ci teniamo tutti a debita distanza l’uno dall’altro, per fortuna non succede nulla.

 

Arriviamo sul lungolago e là scatta l’ora del caffè, come mi fa notare Proni. Lo scorso anno stava correndo il Giro d’Italia e ora si ritrova là con me a ridere e a scherzare in bici: potere del ciclismo. La pausa è stata provvidenziale perché la panoramica sul lungolago che porta a Marino è abbastanza difficile da affrontare, con una pendenza del 7% e abbastanza lunga. Quando arriviamo in cima, alla separazione dei percorsi, molti si fermano a rifiatare e a godere del panorama, altri scendono giù e affrontano una discesa in pavé che porta nel centro di Marino. Pensavo di trovare un ristoro “da ciclista”, magari con barrette e sali minerali. Invece è un vero e proprio banchetto: rotoli di pan di Spagna al cioccolato, pezzetti di tiramisù, biscotti, succo d’arancia, acqua, sali minerali, coca cola, panini con martellata o con prosciutto. La piazza è molto ampia quindi è possibile lasciare le bici e mangiare senza troppi problemi. Mentre risalgo in sella incontro anche il presidente federale Renato Di Rocco, che non riesco a riconoscere subito con il completo da ciclista: del resto chi poteva avere il numero uno?

 

La discesa che ci riporta a Roma non è difficile, a parte i primi chilometri con il pavé abbastanza disconnesso. La macchina di fine corsa è passata da un pezzo, quindi in teoria la strada è aperta: eppure, anche in discesa, non ho mai dovuto sganciare il piede dal pedale per paura di finire addosso a qualche automobile. La precedenza oggi è sempre mia: quando mi ricapiterà? Al ritorno affrontiamo di nuovo l’Appia per circa 2 km e qui devo dire la verità, sono passate tante macchine; però la sede stradale è molto ampia, stando di lato non ci sono problemi. Lentamente affronto l’Ardeatina e l’ultimo tratto difficile, l’Appia Antica, prima di ritrovarmi al traguardo.

 

Il tutto in completa sicurezza. In una città come Roma, dove spesso si dice che è “impossibile renderla ciclabile”, per un giorno i padroni siamo stati noi. E chissà che non abbiamo fatto ricredere qualcuno che conta più di noi.

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