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La decisione non è stata ancora presa, ma l'Unione Ciclistica Internazionale sembra indirizzata a voler infliggere una lezione esemplare: si è parlato di una probabile sospensione a vita. Così Femke Van den Driessche prende tutti in contropiede e getta la spugna. In accrodo con i propri legali ha deciso di interrompere la propria difesa. “Dopo essermi consultata con i miei avvocati e la mia famiglia, ho deciso di interrompere la mia difesa in udienza a Aigle (sede UCI antidoping - Svizzera). Ho deciso di smettere con il ciclocross. I costi della riunione in Svizzera sarebbero stati troppo onerosi per me. L’assoluzione è impossibile, la bici era nel mio box. Ringrazio tutte le persone che mi hanno sostenuto, i miei avvocati, gli amici e sostenitori. Voglio continuare la mia vita in pace e spero di trovare serenità. Mi auguro di avere comprensione e che siano rispettate le mie scelte", ha scritto la ciclocrossista belga nella relazione pubblicata da Het Nieuwsblad.

I Fatti - In un controllo effettuato ai recenti mondiali di ciclocross di Zolder, nella bici di Van den Driessche - atleta impegnata nella prova riservata agli Under 23 - è stato rilevato un motorino inserito nel tealio. La giovane belga ha sempre negato ogni addebito, dicendo che la bici era di una sua amica e solo per una casualità si trova nel suo box. L'UCI - nonostante le giustificazioni - ha subito sospeso l'atleta, in attesa di decidere una eventuale squalifica. Adesso l'annuncio del ritiro che suona come un'ammissione di colpa. Comunque vada a finire questa vicenda, restarà negli annali del ciclismo, come il primo caso di doping tecnologico.

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