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Simona Santoni per "panorama.it"

"Se vinci non è per le gambe, è per il cuore". Dice Lance Armstrong, omettendo che se il cuore è dopato è ancor più garanzia di successo. Non a caso il medico italiano Michele Ferrari, preparatore di ciclismo, sostiene sibillino: "Non si tratta di scalare una collina sperando di essere più in forma. Si tratta di scienza".
The Program, il nuovo film di Stephen Frears, ci porta proprio dentro questa "scienza" e dentro le spudorate bugie del sette volte campione del Tour de France, sette volte impostore, interpretato da Ben Foster
Con un racconto abbastanza scrupoloso ma privo di grandi emozioni e alquanto piatto, viviamo i giorni di Armstrong da promettente ciclista non ancora vincente, il suo stop dovuto al cancro, il ritorno alle corse parallelamente al sostegno ai malati di tumore, l'ascesa miracolosa e fulminea da vero eroe fino alla vergognosa caduta.

The Program arriva al cinema l'8 ottobre con Videa. Ecco 5 cose (più una) da sapere sul film:

1) 20 anni di vita in meno di due ore (piatte)

Frears definisce Armostrong "un uomo molto intelligente e molto stupido, un po' eroe, per essere sopravvissuto al cancro, un po' santo per aver raccolto tanto soldi per la ricerca sui tumori, ma anche un po' diavolo".
The Program mostra tutte le facce del ciclista americano, con didascalico incedere alquanto piatto. Frears punta più al crime-movie che al biopic, ma le sue sono aspirazioni e non traguardi raggiunti. A John Hodge (già sceneggiatore di Trainspotting e The Beach) sono stati concessi pochi mesi di tempo per scrivere la sceneggiatura perché The Program voleva essere il primo film su Lance Armstrong. È stato preceduto solo dal documentario The Armstrong lie di Alex Gibney. 
Hodge distilla enormi quantità di informazioni che coprono un arco di tempo di 20 anni concentrandole in un film di durata inferiore a due ore (103 minuti).
"È una scrittura molto asciutta che riporta le informazioni più importanti della vicenda", ha detto il regista britannico, che in passato ha firmato racconti accorati fondati su vite vere come The Queen - La regina e Philomena.
Spremendo il succo e facendone un concentrato si perdono però per strada il sudore delle corse e la tensione di scelte estreme. La panoramica precisa sullo scandalo non compensa la frettolosità del racconto e la carenza di note intime e profonde.

2) Poca bici, tanto doping

Gli appassionati di ciclismo non sperino di esaltarsi di fronte a salite impervie, sforzi epici, arrivi mozzafiato. The Program ci mostra poco ciclismo vero e poche emozioni su strada (pur dopate). Si concentra soprattutto, come titolo dice, sul "più sofisticato programma di doping nella storia dello sport", elaborato dal dottor Ferrari (interpretato da Guillaume Canet) a base d'epo, trasfusioni, ormone della crescita, cortisone e testosterone. Un sistema a prova di controlli, che fece di Armstrong e della sua squadra, la US Postal, un "treno blu" imbattibile. 
Fa da contraltare alle menzogne di Armstrong la sete di verità del giornalista David Walsh (Chris O'Dowd), l'unico a non credere alla bellissima favola da Libro cuore di Armstrong. "Non voglio andare a seguire una corsa tra farmacisti", protesta il cronista sportivo. 
Lance era però un simbolo di speranza difficile da attaccare. Aveva attraversato la malattia e l'aveva sconfitta tornando alle corse più forte di prima. "Una storia fantastica, epica, perfetta, ma non era vera", come dice lo stesso Armstrong ospite in tv di Oprah Winfrey.
A pesare forse su una struttura narrativa che manca di cuore è la completa ignoranza di Frears sul mondo del ciclismo, prima di avvicinarsi a The Program: "Ho dovuto fare un corso accelerato... non sapevo nulla di ciclismo né di Lance", ha detto il regista. Alle lacune ha cercato di recuperare mettendosi nelle prime file del Tour de France: "Sono stato nell'auto che segue i ciclisti della prima linea e ho visto cose che i giornalisti non avevano mai visto; erano furiosi!".

3) Ben Foster, la preparazione per essere Armstrong

"Dopo la malattia non voglio più arrivare così vicino alla sconfitta, mai più", dice l'Armstrong di Foster. "Soffrire è temporaneo. Mollare è per sempre". "Credo di non sapere come si molla". Tante frasi valorose, bella facciata di comportamenti tutt'altro che valorosi. 
Foster ha dovuto affrontare un rigido programma di allenamento per prepararsi al ruolo. Ha trascorso circa sei settimane in un centro di addestramento a Boulder, in Colorado, per ottenere il fisico necessario insieme a Jesse Plemons, che incarna il compagno di squadra di Armstrong, Floyd Landis. Si è unito al team Garmin-Sharp che stava partecipando al Cross Colorado Tour. "Ci ha allenato Allen Lim che era il direttore del team Garmin-Sharp", ha raccontato l'attore. Non avendo mai usato biciclette con pedali a sgancio rapido, entrambi gli attori hanno fatto diverse cadute. "Si prova una sensazione claustrofobica quando si è intrappolati in questi pedali, non è una sensazione naturale e l'istinto è quello di liberarsi. Ma alla fine siamo riusciti a coordinare i freni e i piedi".
Quando la produzione si è spostata nella prima location sulle Alpi francesi, l'allenamento di Foster è continuato sotto la guida del ciclista professionista Andreas Klier. Per capire meglio il mondo di Lance Armstrong, Foster si è anche sottoposto sotto stretto controllo medico a un programma di doping: "È vero che il doping funziona subito sul corpo, il problema per chi lo usa è come smettere".
L'attore statunitense, già visto in Contraband e Lone Survivor, ha cercato di contattare Armstrong, "ma Lance non era interessato a parlare con me".
Se fisicamente Foster richiama vagamente la fisionomia di Armstrong, non riesce però a centrare e riprodurre il suo ambiguo e sfacciato carisma. 

4) Le fonti

The Program si basa sul libro biografico Seven Deadly Sins: My Pursuit of Lance Armstrong del giornalista David Walsh.
Nella sua ricerca di materiale lo sceneggiatore Hodge, oltre a leggere il libro, ha parlato di persona con Walsh e ha raccolto molte informazioni su Armstrong ì da altri ciclisti. "Le versioni che mi sono state raccontate sono più o meno simili sebbene presentino le vicende da angolazioni diverse", spiega. "Poi c'erano le dichiarazioni giurate di molti ex ciclisti della US Postal che avevano testimoniato per la USADA (US Agency Anti Doping). Sono stati molto gentili. E poi i vari articoli... e ovviamente YouTube è una risorsa incredibile quando si prepara un film sullo sport. Questo vale per qualsiasi tipo di eroe sportivo al giorno d'oggi; vivono la loro vita attraverso i social media e attraverso YouTube. Entrambi sono importanti per la loro celebrità, ma ovviamente quando le cose non vanno si ritorcono contro di loro".

5) Non si vince senza doping

La cosa forse più scioccante di The Program è che Lance Armstrong, assetato di vittoria, ha scelto la strada del doping solo perché si prospettava come l'unica percorribile per battere altri ciclisti vincenti (e dopati). La triste morale è che senza doping nel ciclismo era impossibile vincere. Lo scenario inquietante che si staglia: un muro crudo e inaccessibile di omertà. "Quello di Stephen è un atto d'accusa contro la cultura del doping, che allora dominava, lo usavano praticamente tutti", afferma Foster.  
Armstrong ha vinto sette Tour de France consecutivi, dal 1999 al 2005. Sono passati dieci anni da quei tempi, ancor più dallo scandalo Festina del 1998. I controlli antidoping si sono intensificati e sono più efficaci. Ma il doping è scomparso oggi dal ciclismo? Forse ce lo diranno i prossimi dieci anni e il prossimo biopic su un ex campione di ciclismo.

- Nel frattempo lo Studio legale Bolognesi, che agisce per conto del dottor Michele Ferrari, richiede il sequestro del film, diffida la Videa dal distribuire nelle sale The Program e minaccia una richiesta di risarcimento danni, sostenendo che il loro assistito non avrebbe mai somministrato sostanze dopanti ad Armstrong: "Il dr Ferrari non ha mai somministrato eritropoietina a Lance Armstrong".

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