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Piermattia Gavazzi – per tutti Pierino – è nato il 4 dicembre 1950. Un atleta che ha attraversato ben 20 anni di attività professionistica, correndo dal 1973 al 1992, anno in cui ha appeso la bicicletta al chiodo alla veneranda età di 42 anni! Un campione, Gavazzi, serio e costante, che ha saputo attraversare l’epoca dei giganti della strada: iniziando da Merckx e Gimondi, proseguendo con Hinault e vivendo la grande rivalità Moser-Saronni, fino a concludere in piena era Indurain. Gavazzi era fondamentalmente un velocista, dotato però di ottime doti di fondo che gli consentivano di difendersi anche su percorsi impegnativi. Il primo acuto importante lo firmò a Taranto al Giro d’Italia 1974 (l’ultimo vinto da Merckx con 12” su Baronchelli); complessivamente 5 i successi parziali ottenuti in carriera nella corsa rosa.

L’amore per il tricolore: 3 titoli vinti! – Grande il feeling del bresciano con il tricolore, che indossò in ben tre occasioni: nel 1978, nell’82 e l’ultima nell’88 a quasi 38 anni (!), quando vinse al cospetto di un redivivo Beppe Saronni e di un emergente Maurizio Fondriest.

La classicissima, gemma più prestigiosa – Ma il successo più importate lo ha ottenuto alla Milano Sanremo 1980, con la volata perfetta che gli permise di vincere al cospetto di grandi campioni: Saronni (secondo per il terzo anno consecutivo!), Jan Raas in maglia iridata; Sean Kelly (non ancora the king”), Roger De Vlaeminck e Francesco Moser…

Più di sessanta vittorie e quasi 100 secondi posti – La costanza è stata uno dei suoi punti di forza, come dimostrano i quasi 100 secondi posti ottenuti in 20 anni. Pierino seppe vincere quasi tutte le semiclassiche italiane, dal Trofeo Laigueglia alla Milano-Torino, dal Giro della provincia di Reggio Calabria al Giro di Campania, dal Giro dell’Emilia al Giro di Romagna, senza dimenticare la Tre Valli Varesine, la Coppa Placci fino al G.P. Industria e Commercio, suo ultimo acuto a quasi 39 anni.

7 volte Azzurro, con 2 Top-Ten – Non era solo un velocista di gruppo, ma sapeva andare in fuga, come dimostrano le vittorie e i piazzamenti in tante classiche (a proposito, significativa la vittoria alla Parigi-Bruxelles 1980, allora classica nobile del panorama internazionale). Convocato in Nazionale, ha disputato ben sette prove iridate, chiudendo al 10° posto a Praga 1981 (trionfo di Freddy Maertens che beffa Saronni) e al 9° l’anno successivo, con la memorabile fucilata di Goodwood di Beppe Saronni.

I suoi figli, Nicola e Mattia, sono stati anch’essi professionisti, senza raggiungere i risultati del padre.

Il giorno più importante lo ha vissuto alla Milano-Sanremo 1980, cosa ricorda di quella magistrale volata? “Sì è stato un grande ordine d’arrivo – ci dice al telefono Gavazzi – Eravamo un bel gruppetto e c’era tanta gente molto più forte di me. Ho puntato tutto sulla ruota di Moser che, partendo lungo, mi ha praticamente tirato la volata. Negli ultimi metri, stavo per alzare le braccia, poi, vedendo che rinvenivano, ho dato il colpo di reni e ho vinto davanti a Saronni e Raas in maglia iridata”.

In 20 anni di attività, ha corso con Merckx e Gimondi, poi con Hinault, vivendo gomito a gomito l’aspra rivalità Moser-Saronni e, infine, vissuto l’epoca di Indurain. Qual è il campione che l’ha impressionato di più? “Sicuramente quello che mi ha colpito di più è stato Eddy Merckx. Era fortissimo da febbraio ad ottobre, vinceva sempre, e quando stava male arrivava secondo o terzo. Ho visto fare cose incredibili ad Eddy, era un super”.

Quando si parla di lei, si ricordano anche i tre titoli di campione d’Italia, a quale è più legato?Sicuramente il primo (1978 ndr), perché si correva vicino casa ed è quello che mi ha dato la consapevolezza ad ambire a gare più importanti. Quella maglia è stata la spinta per raggiungere nuovi traguardi”.

Ha disputato ben 7 edizioni dei mondiali, c’era nelle volate che hanno deciso Praga (1981) e Goodwood (1982), poteva ottenere di più?A Praga se Baronchelli avesse tirato per altri 30-40 metri, il vincitore sarebbe stato Saronni. Poi, avendo un certo Maertens a ruota finì come sappiamo. In quel Mondiale, ero andato in fuga con Battaglin. Eravamo un bel gruppetto con tre francesi. Poi il ct della Francia diede l’ordine ai suoi di non tirare e anche io e Battaglin abbiamo smesso di tirare e in breve siamo stati ripresi. Altrimenti, se fossimo arrivati avrei potuto dire la mia”.

Le piace il ciclismo di oggi? “Diciamo che è più spettacolare sicuramente. Il ciclista è teleguidato. Ci sono i preparatori, i computer. La svolta è stato il record dell’Ora di Moser, da lì è cambiato tutto. Oggi le tappe sono state ridotte nel chilometraggio e c’è più spettacolo dall’inizio alla fine”.

Di Ettore Ferrari

Sono nato a Catania il 14 aprile 1971. In redazione dicono sempre che sono troppo preciso, da qui il nomignolo "nessun capello fuori posto". Sono la "Memoria storica" del ciclismo.